martedì 4 marzo 2014

Confessioni di un Libero Attaccatore di Francobolli

Questo racconto è stato pubblicato un anno fa su Scrittori Precari. 
Viene ripubblicato oggi su DiaGestalt per celebrare la chiusura di SP.



Dopo cinquant’anni di matrimonio iniziai ad architettare - un’ora, un’ora e mezza prima di uscire dal lavoro - nuovi modi per ravvivare il sesso coniugale – specie se il lavoro diventava pesante e dovevo occuparmi il cervello con qualcosa di brillante che potesse sollevarmi. A detta di chiunque il sesso è qualcosa di straordinariamente brillante, anche a detta di mia moglie – e anche io sono d’accordo. Ma dopo decenni passati a coricarsi con la stessa persona, l’idea perde di smalto e l’eccitazione va un po’ a farsi benedire. Se poi ci aggiungiamo un naturale calo fisico dovuto allo scorrere degli anni, diventa facile immaginare come ravvivare il sesso coniugale fosse diventato più che altro una questione amministrativa – di indubbia importanza! – ma dovuta più che altro alla strenua volontà di conservazione tipica delle persone anziane, che cercano di reiterare le abitudini di una vita perché la vita non perda senso. Considerare, confrontare, vidimare diversi modi per ravvivare il sesso coniugale rendeva meno monotona l’ultima parte della giornata lavorativa. 
Il mio lavoro consisteva nell’attaccare francobolli. Iniziai da ragazzino e prosegui per molti anni, dimostrando la mia insostituibile competenza. Io non attaccavo francobolli alle lettere. Non ero una specie di responsabile della corrispondenza o cose simili. Attaccavo i francobolli e basta: ero un Libero Attaccatore di Francobolli. La ditta in cui lavoravo non agiva in un particolare settore produttivo; si occupava in maniera disinteressata di coltivare delle eccellenze (e io nel mio campo ero una eccellenza); più che una ditta era un’Accademia d’Arte; più che un dipendente, ero un poeta. Potevo riempire una superficie a mia scelta, attaccando i francobolli uno di fianco all’altro prestando attenzione a non sovrapporne i bordi; oppure potevo scegliere di incollarli uno sopra l’altro fino a creare uno spessore ragguardevole – pericolante, nei peggiori casi. Queste sono le due situazioni-tipo, chiamate anche le due tecniche di Böerk, dal nome di Franz Böerk che le dedusse nel 1876: la prima è l’attaccamento su superficie (tecnica bidimensionale); la seconda è l’attaccamento su altezza, o sull’asse y (tecnica tridimensionale). Con la combinazione di queste due tecniche è possibile sviluppare le cosiddette tecniche espanse sovratecniche, alcune ortodosse (l’euclidea trapezoidale, l’ortogonale semplice…) altre eterodosse (la Cuffia di Beltrami, la Johnson&Kramer…). Saper maneggiare tutto questo con proprietà di mezzi richiede impegno e tenacia. Sono stato il miglior attaccatore di francobolli di tutta Walden. Di tanto in tanto arrivavano dei ragazzi che volevano imparare le tecniche, e poi rubarmi il posto. Mi accorgevo che volevano rubarmi il posto per come guardavano la mia sedia appena mi allontanavo. Alla fine si sono rivelati tutti dei pessimi attaccatori di francobolli. Uno in particolare: Jimmy Tzakowskij, il figlio di Ethan Tzakowskij, un mio amico dei tempi andati, morto in guerra qualche anno prima. Jimmy entrò nel mio ufficio con la camicia sbottonata (cioè senza bottoni), pallido e sottile, con le orecchie leggermente a sventola; teneva stretta una piccola borsa di canapa con dentro il pranzo. “È qui che si attaccano i francobolli?” chiese con un filo di voce. Lo feci accomodare vicino a me: “Non assomigli molto a tuo padre”; chinò la testa da una parte. Ci stringemmo sullo stesso lato del tavolo per non avere il sole in faccia. Prima di sedersi aspettò che lo facessi io: aveva un grande rispetto del mio viso di cartapecora, del mio corpo debole. Gli chiesi di farmi vedere cosa sapeva fare: non aveva alcun talento. Partiva troppo rapidamente, sbagliava a calibrare le distanze nei gesti, e rimaneva spesso con sei o sette francobolli attaccati alle dita; inoltre doveva fermarsi troppo spesso a bere dell’acqua perché aveva una salivazione insufficiente. Alla fine della giornata era confuso e mortificato. Purtroppo dovetti scrivere una pessima relazione su di lui e il giorno dopo non tornò. 
Per fare l’attaccatore di francobolli è necessario avere delle doti naturali: io avevo dita sottili, fin da giovane mostravo precisione nei gesti, buona coordinazione dei polsi, una salivazione uniforme e continua che non mi lasciava mai in difficoltà; la stessa consistenza della saliva faceva reazione con la colla in maniera straordinaria e tempestiva. Avrei potuto attaccare francobolli per giorni, ininterrottamente. E un giorno lo feci, molti anni fa. Riempii di francobolli le pareti interne della ditta, quelle esterne, il parcheggio adiacente e la parete nord dell’orfanotrofio dall’altra parte della strada: centinaia di bambini senza famiglia plaudirono al mio gesto di grande considerazione. Il Sindaco di Walden mi accolse nel suo studio: “Libero lei è libero, senza dubbio” mi disse sollevandosi dalla poltrona “ed è anche uno straordinario attaccatore di francobolli. Mi permetta di definirla un artista ideale. Lei ha mostrato a tutti che cosa sono l’arte e il talento quando sono privi di opinione, quando non provocano l’insana nostalgia per un mondo diverso, ma si manifestano solo ed esclusivamente come pura esibizione di bravura, come semplice esposizione di una tecnica” e concludendo si picchiettò le dita sul panciotto. Ci fu una festa in mio onore e gli abitanti di Walden si complimentarono con me per l’impresa. 
Molti anni dopo io e il Sindaco ci ritrovammo su una collina a sud-ovest della città, da cui si poteva vedere Walden. Era autunno e il fiume scorreva dolce tagliando la città come un serpente che divide in due la sabbia su cui passa, il cui veleno era l’acqua ocra che trasportava a valle i cadaveri dell’ultima guerra, o bagnava i talloni di quelli che rimanevano ostinati a riva, dove facevano guardia alle case semidistrutte, o a quelle abbandonate, fatiscenti o ai mucchi di ciottoli che dall’alto, da lì dove eravamo, davano un’idea di disordine, di improvvisazione a tutto il panorama. “Allora, come sta il nostro artista?” mi chiese il Sindaco a voce troppo alta. La mia fama era dimagrita con me, e nemmeno il Sindaco se la passava granché bene. Il brutto della vecchiaia è che hai un passato da ricordare migliore del presente che ti è rimasto; quando sei giovane sei ugualmente infelice, ma almeno non hai che poca strada alle spalle e non ti puoi tediare con i paragoni. “Signor Sindaco, ricorda un periodo peggiore di questo?”. “Cosa vuole”, rispose il Sindaco, “io non ho una buona memoria. Ma con un po’ di fantasia posso immaginarlo. Tenga conto che Walden non ha una vera e propria emergenza smog. Allora, per esempio, dovendo immaginare un ipotetico periodo peggiore di questo lo immaginerei con più smog”. “Cioè più automobili” dedussi io. “Sì, infatti” rispose pronto il Sindaco “il che vuol dire più traffico e il traffico rende nevrotici, porta all’alienazione e ci rende insensibili alle sofferenze altrui. Vedrei le persone pinzarsi per sbaglio le dita o morire e non proverei niente. Cosa potrei provare dopo essere stato due ore in coda per tornare a casa?”. Una folata di vento ci costrinse ad abbottonare i paletot fino al gargarozzo. In una via traversa vedevamo il giovane Jimmy Tzakowskij risalire la strada fino a raggiungere il ponte. Guardò un poco la corrente incresparsi intorno alla base dei piloni. Poi scavalcò la ringhiera e si lasciò cadere. Quando entrò in acqua non si alzò uno schizzo, non ci fu un rumore. Qualche secondo dopo il corpo di Jimmy Tzakowskij venne a galla e seguì il corso d’acqua mescolandosi, cadavere, con i cadaveri. “Non possiamo giudicare un gesto così” disse il Sindaco senza staccare gli occhi da Walden “ognuno è libero di fare ciò che vuole della propria vita. Ma il tuffo era eccellente. Lei che se ne intende, non crede che a volte le persone muoiano senza aver mai scoperto il proprio talento?”. Non risposi. “Sì, forse questi sono discorsi un po’ da parrucchieri” convenne il Sindaco con sé stesso “Povero Jimmy”. Scendemmo la collina e arrivammo a un punto in cui le nostre strade si dividevano. “Non si butti così infinitamente giù, Lenny” mi disse il Sindaco vedendo che piangevo “abbiamo ancora una piccola porzione di vita che possiamo rendere tollerabile senza troppe difficoltà. Viva in funzione della sua morte! Questo è un consiglio che mi sento di darle”. 
Camminando verso casa attraversai il bosco – riparato dalla salubre ombra dei faggi – e poi le vie lastricate di Walden pensando a mia moglie. Quella sera a letto provammo la posizione della cedille, come suggeriva André Breton in un suo poema.

venerdì 26 aprile 2013

Iscariota's Funambolism



La campagna era sconfinata, opaca; l'orizzonte una linea sfocata; il cielo una semisfera grigia calata su di noi. Avremmo potuto camminare per giorni senza spostarci mai: l'odore della cenere, delle patate, dell'acqua ristagnata ci avrebbe raggiunto ovunque; il paesaggio sarebbe sempre stato la medesima fila di alberi piantati nel fango, circondati da quel fumo umido che scendeva dalla nuvole. Una volta io e i miei fratelli provammo a camminare, allontanandoci da casa. Dopo quaranta giorni eravamo stanchi, affamati e tristi. I mie fratelli dissero che forse dovevamo provare a camminare diversamente e io chiesi cosa volesse dire camminare diversamente. Loro mi risposero che diversamente voleva dire diversamente e basta e che potevamo provare a camminare a ritroso o alzando le ginocchia sopra la vita: questo voleva dire camminare diversamente. Io dissi che dovevamo provare a cambiare direzione ogni tanto, ma loro protestarono e mi risposero che non avevamo fatto altro che cambiare direzione da quando eravamo partiti e allora pensai che forse avevamo girato intorno a uno stesso punto per tutto quel tempo, ma questo, lo sapevamo tutti, era completamente impossibile da stabilire, e che se così non fosse stato la realtà sarebbe stata ancora più dura da accettare poichè voleva dire che non c'era una fine a quella campagna, o perlomeno una fine che avremmo potuto raggiungere con le nostre gambe. Accadde che mentre ruotavamo il collo in qua e in là per guardarci attorno, la nebbia si sollevò un poco e vedemmo una fattoria. Ci fu un comune moto di speranza. Avremmo mangiato e le persone che abitavano lì ci avrebbero detto dove eravamo. Ci incamminammo tutti, lottando con il fango fino agli stinchi. Glek, uno dei miei fratelli, mi prese la mano e mi guardò come dire che a forza di camminare a qualcosa eravamo arrivati. Era casa nostra. Ce ne accorgemmo quando fummo a pochi metri. Entrammo dentro senza parlarci; ci svestimmo guardando a terra. 

Vivevamo con nostro padre e nostro nonno, stretti in pochissime stanze, non tanto perchè la casa era piccola, ma per combattere il freddo. Non eravamo in molti. Un tempo eravamo di più, ma il nonno aveva ucciso molti di noi. Il nonno uccideva per far rispettare le regole - regole antichissime, che a volte lui stesso dimenticava, o ricordava male, così da uccidere per sbaglio. Qualche anno prima uccise nostra madre perchè aveva raccolto le patate girandole "per il sotto", cosa che non aveva alcun senso perchè le patate non avevano nè un sotto nè un sopra. Quando nostra madre fu uccisa nessuno fece niente, perchè nessuno aveva un'idea di cosa avesse senso e cosa no al di là delle regole; ce ne restammo lì fermi mentre nostro nonno strozzava nostra madre, con i pollici sul collo, e trovammo in fondo giusto quello che stava succedendo. Di regole, d'altronde, ce ne sono assai di più di quello che crediamo, pensammo. Abbiamo tutti pensato così anche quel giorno che ci eravamo persi nella campagna, quando il nonno strozzò Glek perchè eravamo tornati a casa senza la testa di un capro. Dovetti ammettere qualche anno dopo a casa di Osvaldo Molina che quella strana regola del capro, era se non altro di grande interesse dal punto di vista antropologico. La sera aiutammo nostro padre a seppellire Glek. Gli rivoltammo sopra la terra e andammo a dormire. 
Probabilmente eravamo l'unica famiglia di tutta quell'infinita campagna e parlavamo una lingua millenaria di cui molte parole erano andate perdute: il kedoo. Oggi il kedoo non esiste più. Era una lingua per lo più fatta di suoni occlusivi. 
Per anni ho cercando una grammatica storica, un saggio o una tesi universitaria che trattasse il kedoo. Fu Molina a spedirmi una lettera da Parigi dicendomi che alla Biblioteque Sainte-Geneviève esisteva qualcosa che poteva interessarmi. Si trattava di un'opera in due volumi intitolata Iscariota's Funamboulism di tale Julio Raùl Herràno, fisico, medico e linguista morto a Buenos Aires nel 1949. Il primo volume analizzava la morfologia e la fonologia del kedoo; il secondo trattava la sintassi e raccoglieva alcuni interventi teoretici sulle facoltà espressive del kedoo, fra cui uno a firma di Antonin Artaud. 
Il saggio, edito in un'unica edizione consultabile solo in loco, presentava alcune singolarità. Ad esempio nel capitolo che riguardava le consonanti, Herrano usava il fonema 

ᴒ 

per indicare il suono della dentale occlusiva sonora che riportava poi con il grafema

δ 

che altri non è che la quarta lettera dell'alfabeto greco. Oppure quest'altro fonema

ᴌ 

lo usava per indicare il suono della palatale sorda a cui faceva corrispondere il grafema

ݪ 

E ancora: il suono della semialveolare fricativa turgida era rappresentato dal fonema

sςᴈ 

Herrano aveva ricostruito un alfabeto fonetico e grafico del kedoo attingendo da alfabeti esistenti, o arcaici, o dalla sua stessa fantasia: alcuni segni erano totalmente inventati. Julio Herrano aveva riempito i vuoti della sua ricerca creando di sana pianta un alfabeto andato perduto per sempre con il solo scopo di rendere il suo saggio linguistico completo e dargli quindi una parvenza di utilità. Sfogliando indietro il volume trovai che nella prefazione giustificava così il suo modo di procedere: 

"Le probabilità che fonemi, grafemi, morfemi, lemmi e consecutio da me dedotti e inseriti a titolo di completezza possano corrispondere effettivamente in toto a quelli andati perduti per sempre sono pochissime; per la precisione sono 1;2;3.../∞. La natura di una lingua è quella di una convenzione ed è vero solo ciò che è considerato tale da entrambi i termini della convenzione i quali convengono su di un punto. Certamente questo conferisce a una lingua un carattere aleatorio e di arbitrarietà. Ma è altrettanto giusto affermare che nessun linguaggio esiste in natura se non come accordo fra le parti. Per questo stringo un accordo con il lettore, il quale potrà sfogliare questo libro come la vera grammatica del kedoo, solo nel momento in cui sarà lui ad accettare e a convenire sulla veridicità di ciò che andrà a leggere." 

Finito di leggere quel capoverso mi accorsi che Iscariota's Funamboulism altro non era che una arzigogolata parodia. Si trattava di un'opera pseudo-dadaista e nient'altro. 
Mi recai a casa di Molina con alcuni appunti per spiegargli quella faccenda. Molina si versò da bere e iniziò a leggere i miei fogli grattandosi il palato con la lingua. A metà del malloppo il suo sguardo si fece preoccupato; lesse ad alta voce: "Herrano nel secondo volume fa notare, a margine del suo esame lessicologico, come ogni parola del kedoo avesse un significato univoco e totale. Da cui deriva che nessuna parola poteva essere usata con un'accezione figurativa." Molina posò il bicchiere e si accese una sigaretta. "E' vero questo?" mi chiese. "Cosa?" domandai io. "Che nella vostra lingua non si potevano usare le parole dando loro un'accezione figurativa". "Sì, è vero" gli spiegai "ad un significato figurato di una parola corrispondeva un altra parola. Non corrispondeva in automatico, ovviamente. Ma si possono trovare le corrispondenze tra l'una e l'altra." "Cioè, esisteva una specie di lessico figurato, per così dire, che non si sovrapponeva al resto?" "In un certo senso sì." "Questo significa che nella tua famiglia e in tutta la civiltà che l'ha preceduta non esistevano l'umorismo, le metafore. Non esisteva l'arte, la letteratura." "Esattamente" confermai. Molina avvicinò il viso al mio: "Non esisteva neanche la menzogna, quindi." "Il concetto stesso di menzogna non poteva esistere” dissi io. Molina si versò un altro bicchiere e lo trangugiò d'un fiato. "Beh," iniziò pulendosi la bocca con la manica della camicia "se Herrano ha scritto questo, e tu mi dici che è vero, vuol dire che non può trattarsi di una parodia, di una presa in giro. Può avere inventato l'alfabeto, ma non potendo confrontarsi con nessuna opera letteraria, essendo totalmente inesistente una letteratura kedoo, era inevitabile che facesse di necessità virtù, non lo posso biasimare. D'altronde prova a pensarci: quale uomo potrebbe dedicare anni della sua vita alla stesura di una grammatica di seimila pagine per il solo gusto di prendere in giro i filologi e i linguisti dei secoli avvenire? L'idea può essere divertente, lo ammetto. Ma nessuno potrebbe coniugare il gusto della burla a un così impavido e logorante lavoro intellettuale." Ci alzammo dalle sedie. Molina mi accompagnò alla porta del suo appartamento. "Scusami," mi disse sorridendo inaspettatamente "non mi dicevi che tuo nonno non ricordava le regole, che spesso le inventava..." Annuii. "Hai provato a prendere in considerazione la possibilità che la grammatica di Herrano sia corretta e che fosse tuo nonno a non ricordarsi il kedoo e ad inventarselo di volta in volta?" Scoppiò a ridere. "Buonanotte" mi disse, e fui fuori. 

Pochi giorni dopo tornai a Madrid, dove mia moglie stava poco bene. Cenammo insieme, ma subito dopo ebbe una crisi e dovetti accompagnarla all'Ospedale La Paz. 
Mentre vegliavo su di lei nella camera, alla luce di una piccola lampada, ripresi in mano i miei fogli. Su uno trovai alcune frasi che avevo trascritto dalla prefazione di Herrano: 

"[...] D'altronde affermare la natura convenzionale e arbitraria di una lingua - di qualsiasi lingua - ha fra le sue conseguenze possibili anche quella di invalidare questa grammatica, cioè qualsiasi grammatica, cioè qualsiasi lingua. [...] Sottintendere tutto questo significa ammettere che la nascita di una lingua - come la nascita di una regola, essendo la lingua la forma primitiva ed embrionale di ogni regola - premette la stipulazione di un assioma: l'Assioma (o l'assioma primo). Non essendoci niente in origine se non l'origine stessa, la forma compiuta di una lingua è il mentire sapendo di mentire. L'ironica conseguenza di questa deduzione è la seguente: il kedoo, non consentendo la menzogna, non è nient'altro che la quintessenza di essa. Mentire non sapendo di mentire. Vita non pensata, vuoto nel vuoto."
Julio Raùl Herrano (1887 - 1949) mentre cerca di slacciarsi la cravatta
con la forza delle tempie.

venerdì 1 marzo 2013

Il Cavallo e l'Abisso


Post-Teorema (prefazione in versi)


Se la Borghesia ha quindi raggiunto il suo totalitarismo - poichè la Borghesia 
non può vivere all'interno di una dialettica, 
in una parola non può convivere -
e ha finalmente trovato giustificazione in sè stessa, 
una giustificazione laica -
non è forse diventato impossibile costruire un Nuovo Uomo?
Se quindi l'Uomo è ormai l'Uomo Borghese
e se quindi nessuno può costruire una Nuova Civiltà -
perchè una Nuova Civiltà potrebbe essere creata solo da
un Nuovo 
Uomo
e bisognerebbe quindi creare  prima  
un Nuovo Uomo ma questo Nuovo Uomo 
dovrebbe essere creato attraverso i mezzi
e il linguaggio della  Borghesia -
poichè è l'unica civiltà ESISTENTE e non esistono
le Convenzioni della Nuova Civiltà
e senza convenzioni  non ci possono essere significati ma solo 
idee di significati...
E se quindi la sconfitta è una sconfitta 
non ideologica
ma antropologica
 per la prima volta 
totale
dobbiamo sperare che la Borghesia, cioè il mondo, muoia di solitudine e di noia
tentando di raccapezzarsi fra le subordinate del  discorso?
[Pier Lapo Pasolini]


I protagonisti del breve testo che segue sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Essendo personaggi, e non persone, accostiamoci a loro senza pregiudizi.


Il Cavallo e l'Abisso

Scena.
Il giorno dopo le elezioni.
Villa di Segrate. Allo stereo Le petit cheval di George Brassens.
Silvio è sul divano. Ha un paio di slip femminili infilati in testa. Li annusa voluttuosamente. Canta piano la canzone. Inizia a masturbarsi. Si alza dal divano. Quando la canzone sta per finire viene nei calzoni. Si accascia.
Entra Marcello.

SILVIO: Sei venuto a prendermi?

MARCELLO: Ho sentito che era finita la canzone. Volevo metterti su qualcos'altro. (Pausa) Sto qua un po' con te. Cosa ascoltiamo? Brel?

SILVIO: Brel mi piace di meno.

MARCELLO: Ma sarebbe uguale se ascoltassimo Beethoven. Stiamo sempre parlando di buona musica.

SILVIO: La migliore. Forse Beethoven è addirittura la musica migliore che esista. Ma viene male con la chitarra. Se me ne sto qua da solo con la chitarra e voglio suonare, mi dici come posso suonare Beethoven? Tu li sai gli accordi della Nona?

MARCELLO: Sì. Con Beethoven uno se la può cavare alla chitarra. Prova a suonare Schoemberg!

SILVIO: Schoemberg mi rompe i coglioni. (Si abbottona i pantaloni)

MARCELLO: Non ti pulisci?

SILVIO: Non ho voglia (si asciuga le mani sul divano). Non potrei cantare Beethoven a una cena. Bisogna ascoltare, guardare, nutrirsi di cose che possiamo riprodurre a una cena con gli amici. Se continuiamo ad ascoltare cose che non possiamo replicare l'ottimismo andrà a farsi benedire e rimarremmo qui, fermi, ascoltando Beethoven o chi per lui. Ma io dormo due, tre ore per notte. Il resto del tempo sto sveglio. Devo fare qualcosa. Non posso perdere tempo a sentire Beethoven, che poi non lo posso neanche cantare. (Pausa. Prendendosi il pacco con le mani). E' tutto qua dentro. Non scappa niente (Pausa). (Si sdraia sul divano, sospira).

MARCELLO: Vuoi chiamare Galliani? Vuoi sentire come sta Balotelli?

Silenzio.

SILVIO: Hai mai visto un cavallo nuotare?

MARCELLO: (stupito) Come?

SILVIO: Un cavallo nuotare...lo hai mai visto?

MARCELLO: ...No...

SILVIO: L'utopia è questo. Un cavallo che nuota nell'abisso. E' difficile da immaginare, vero?

MARCELLO: E' un'idea fantasiosa, ma me la posso figurare.

SILVIO: Credi che potrà mai accadere?

MARCELLO: Cosa?

SILVIO: Che un cavallo nuoti nell'abisso.

MARCELLO: No.

SILVIO: Neanche io. Penso che sia molto più facile allagare un maneggio.

MARCELLO: Non sarebbe la stessa cosa.

SILVIO: Non è mai la stessa cosa. Anche se un cavallo nuotasse negli abissi non sarebbe lo stesso cavallo che hai immaginato tu. Sarebbe un altro cavallo. Il cavallo che hai immaginato te non esiste. Le idee esistono solo in quanto idee.

MARCELLO: Lo diceva anche Sartre, più o meno.

SILVIO: Chi?

MARCELLO: Jean-Paul Sartre.

SILVIO: E' un cantante?

Silenzio.

MARCELLO: E' un comunista.

SILVIO: I comunisti ne hanno pensate sempre delle belle. E' il loro credere che le tensioni di classe siano intrinseche alla società che li frega. (Si sfila le mutande dalla testa. Le guarda. Le usma voluttuosamente.)

Silenzio 

MARCELLO: Davvero non vuoi sentire come sta Balotelli?

SILVIO: ...

MARCELLO: Sento Galliani, ci parlo io. Torno subito. (Esce)

Silvio si alza dal divano. Va verso un comò. Posa gli slip. Prende un registratore.
Torna al divano e schiaccia PLAY.
All'inizio un ronzio. Poi dal registratore si sente la voce di Silvio che parla:

[SILVIO: La Carfagna va dal dottore (risate). Allora il dottore la prende e la fa accomodare sul lettino e le dice "Si tolga il reggiseno" e la Mara "Ma no, dottore, così mi vede tutte le meline" (risate. La voce di Silvio inizia ad arringare, imbocca un climax). Allora il dottore le dice "Si tolga le mutande!" e la Mara risponde "Ma così mi vede la fragolina!". E il dottore le dice "Signo', con tutta sta frutta m'ha fatto svegliare la banana" (risate, applausi)]

La registrazione finisce. Ronzio. Parte una nuova registrazione. E' sempre Silvio che parla.

[SILVIO: In un campo di concentramento arriva Hitler e dice "Oggi facciamo un nuovo gioco: la maratona. L'ultimo che arriva sarà fucilato. Il primo che arriva sarà fucilato. Forza. Avanti i primi due (risate, applausi)]

Entra Marcello.

SILVIO: Cosa dice Galliani?

MARCELLO: Balotelli sta bene.

SILVIO: L'ha trovata la frutta in albergo...?

MARCELLO: La frutta?

Silenzio.

MARCELLO: Ci doveva essere la frutta in albergo?

SILVIO: Certo che ci doveva essere la frutta. Ci deve sempre essere la frutta.

MARCELLO: In albergo?

SILVIO: Nella stanza del'albergo, si intende.

MARCELLO: Vuoi che chiami l'albergo così faccio mettere la frutta?

SILVIO: A cosa serve ormai.

MARCELLO: Quando stasera torna in albergo trova la frutta.

SILVIO: Se non c'era ieri e stasera c'è, cosa capisce Balotelli?

Silenzio.

SILVIO: Capisce che ieri la frutta non c'era. Si accorge che ci siamo dimenticati di mettercela. La presenza di una cosa serve solo a sottolineare la sua assenza in un momento precedente. Per un presente che migliora di poco c'è un passato che diventa orribile. La nostra vita ricomincia da capo ogni volta che conquistiamo qualcosa. La nostra età anagrafica è ingannevole. Io sono un giovanotto.

Silenzio.

MARCELLO: Posso prendermi da bere?

SILVIO: Stasera facciamo una festa?

MARCELLO: Se ti senti meglio.

SILVIO: Vedo un po' come va la giornata.

MARCELLO: Mi prendo da bere, allora.

SILVIO: Bevi, bevi.

Marcello va al comò e si fà un cocktail.

SILVIO: Oggi vengono i dottori?

MARCELLO: No, oggi no.

Marcello mescola gli alcolici.

MARCELLO: Hai letto il libro che ti ho dato?

SILVIO: Un po'. Non ho ben capito di cosa si tratta.

MARCELLO: Sono le bozze di un poema incompleto di Karl Lumhanoff.

SILVIO: Non lo conosco. Preferisco Checov. I racconti di Checov sono bellissimi. L'hai mai letto il "reparto n6"? Tutti dicono che Checov è triste. A me fa schiantare dal ridere. Non come questo qui...

MARCELLO: Karl Lumhanoff. E' uno scrittore morto prematuramente all'inizio degli anni 80. (Con entusiasmo) Ti posso leggere alcuni brani?

Silvio non risponde. Marcello raggiunge il tavolo prende il libro e lo apre a caso.

MARCELLO: (si schiarisce la voce)
                      I carnefici sono
                                  carnefici
                                in quanto
                              CLASSE DOMINANTE

                        Le vittime sono vittime
                                     e sono anche
                                  carnefici, ma sono
                                vittime in quanto
                                                       sono
                                                       alienate (vedi Anders
                                                vedi Marcuse)
                        L'alienazione è nostalgia
                                        la nostalgia è illusione
                               Nelle ideologie della penuria,
                         la ricchezza, sì, la ricchezza - si fa povertà
                             per restare idea
                                     di ricchezza.

                                              Le nostalgie, i reflussi
                                       sono lo scotto che si paga all'illusione
                                                 che occorra una teoria per vivere.

SILVIO: (interrompendo Marcello) Mi dai da bere anche a me?

MARCELLO: Sì. (Chiude il libro) Cosa vuoi?

SILVIO: Latte.

MARCELLO: Un bicchiere di latte?

SILVIO: Sì.

Marcello versa un bicchiere di latte. Lo porge a Silvio. Silvio ne beve un po'.

SILVIO: Il difetto di questa cosa qua è che non ha un protagonista. Come fai a seguire una storia senza un protagonista.

MARCELLO: E' un lavoro sul verso, sulla metrica, sul lessico. Poesia post-moderna, arte come artificio, non come mera narrazione.

SILVIO: Sì, il ritmo era bello.Questo è quello, quello è questo, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. (Pausa) Mi porti una coperta?

MARCELLO: Hai freddo.

SILVIO: Più che altro voglio una coperta. (Pausa) Dopo magari mi accarezzi i capelli.

MARCELLO: Vado a prenderti una coperta.

Marcello esce. Silvio beve il latte tutto d'un fiato.

Marcello rientra con una coperta. Si ferma sulla soglia.

MARCELLO: Ha chiamato Galliani...

SILVIO: (stupito) Cosa voleva?

MARCELLO: Balotelli era arrabbiato perchè...(pausa) perchè non c'era la frutta in albergo.

SILVIO: Veramente?! (Pausa. Pensieroso) Marcello, non ti fa ridere?

MARCELLO: (ridendo un po') Sì, sì, mi fa ridere...

Marcello si siede su una poltrona. Si copre con la coperta. Tira fuori un sigaro. Lo fa vedere a Silvio come a chiedere il permesso e Silvio acconsente.

SILVIO: Lo sai anche tu. Chi pretende quello che ancora non ha mai visto, quello che non c'è...questo è il talento.

MARCELLO: Il talento, sì.

SILVIO: La maggior parte delle persone sarebbero entrate nella stanza dell'albergo e avrebbero visto solo quello che c'era. E si sarebbero accontentati. La maggior parte delle persone è così: si fa bastare quello che vede. Per loro quello che vedono è tutto. Invece no. C'è molto di più. E lo vediamo solo in pochi. Anche a Rivaldo non gli avevano messo la frutta in albergo. Pensi che abbia detto qualcosa? (Marcello fa cenno di no, fumando il sigaro) Non una parola. Rivaldo era una persone gentile, timida. Andavo a trovarlo negli spogliatoi e guardava per terra. Mi pulivo sempre le scarpe prima di andare a trovare Rivaldo. Non volevo offenderlo. (Pausa) A volte mi manca. Mi manca Rivaldo. Se poi ti guardi attorno sono tutti come lui. La vita è tutta lì. Per noi non è ma stato così, vero Marcello.

MARCELLO: Noi abbiamo visto meglio di tutti.

SILVIO: Abbiamo visto il resto, giusto?

MARCELLO: Non so se l'abbiamo visto tutto, o se ce lo siamo inventati. C'è un cerchio che delimita tutto quanto e noi lo abbiamo sorpassato, o forse non abbiamo neanche visto i confini all'orizzonte.

SILVIO: Tu sei scettico, pensi che dal niente non possa nascere niente. All'inizio non avevamo una lira. Pubblitalia mi dava i soldi per pagare Mediaset. Ai dipendenti Mediaset dicevo di fare la spesa alla Standa e di comprare i prodotti che pubblicizzavamo. Quando i fornitori della Standa mi chiedevano i soldi io gli facevo fare una televendita. La troupe, i montatori, le persone che lavoravano alla televendita li mettevo in affitto a Milano2. I soldi che davo mi tornavano sempre. Era un cerchio. E io l'ho visto.

Silenzio.

MARCELLO: Tu sei fuori da quel cerchio?

SILVIO: Sono solo in un cerchio più largo. Come all'inferno. Sono nel girone più in alto.

MARCELLO: E qual è la differenza?

SILVIO: Che stai un po' più comodo e hai una visuale migliore. Come il terzo anello di San Siro. Vedevi Maldini, Baresi, Costacurta e Tassotti che si muovevano in linea. Era uno spettacolo.

Silenzio.

SILVIO: Di cosa è morto coso?

MARCELLO: Chi?

SILVIO: Il poeta.

MARCELLO: Karl Lumhanoff?

SILVIO: Eh, si.

MARCELLO: Di Aids.

Silenzio.

SILVIO: La sai quella del malato di Aids?

MARCELLO Che fa le sabbiature per abituarsi a stare sottoterra?

SILVIO: Sì. L'ho racconta molti anni fa. Veltroni si era incazzato a morte. (Pausa) Anche Umberto è uscito dalla scena politica. Io no. Io sono ancora qui. (Pausa) Puoi spegnere il sigaro, per favore?

Marcello spegne il sigaro sotto la scarpa e lo rimette in tasca.

MARCELLO: Mi prendo ancora da bere.

Marcello si alza e va al comò. Si ferma e guarda verso l'altro.

MARCELLO: Ho sentito una goccia.

Guarda il soffitto. Guarda Silvio.

MARCELLO: Silvio, ho sentito una goccia.

Silenzio.

MARCELLO: Il soffitto perde acqua!

SILVIO: Le barzellette servono a pulire la mente. Dopo una barzelletta uno è più riposato e lavora meglio. Voglio proprio vedere chi riuscirà mai a darmi torto su questo.

MARCELLO: Cosa?

SILVIO: Ho aperto i rubinetti al piano di sopra. Faccio diventare il piano di sopra un gigantesco acquario e poi ci portiamo dentro un cavallo. Lo mettiamo nell'ascensore, e lo portiamo al piano di sopra. Ti ricordi quando mettevamo i cavalli negli ascensori?

MARCELLO: Porca puttana!!

Marcello posa il bicchiere e esce di corsa.

Silvio si alza e va al comò. Accende il registratore. Ronzìo. Poi parte una registrazione. Durante la registrazione Silvio tira fuori una chiave dalla tasca. La tiene sulla fiamma di un accendino. Verso la fine della registrazione ritira l'accendino.
[SILVIO: A volte odo delle cose. Poi più niente. 
Ho un nome. Silvio. La gente mi chiamava Silvio!
Il mio nome. Oppure mi chiama il Berlusca, oppure Silvio Silvio!
Oppure l'imputato si alzi.
A volte odo delle cose. Poi più niente (risate).
Quando tutto è silenzio, sento il mio cuore.
Ma c'è un tale baccano che a volte non sento un bel niente.
E se sento un cuore, magari non è il mio. E' il vostro (risate).
Dicono "poi più niente" e anche io dico "poi più niente".
"Si ferma tutto" dicono "Tutto si chiude, completamente.
Si chiude. Tutto. Completamente. E nessuno vede più niente."
E invece no. Invece rimane l'amore (risate). 
L'amore è totale. Io e voi siamo una totalità. 
Quando l'amore non chiede niente diventa libertà. Ditelo ai comunisti.
Non è vero che non c'è più niente. Se ci tocchiamo è perchè c'è qualcosa.
Qualcosa c'è. C'è sempre un clito. Male che vada mi siede e succhio.
Di solito succhio un clito. Siedo e succhio un clito.
E' quello che ho. Ho un clito in bocca e lo succhio. E' tutto quello che ho.
E' mio. Mi appartiene. Lo succhio.]

Finisce la registrazione. Entra Marcello.

MARCELLO: Hai chiuso a chiave! Hai chiuso le porte a chiave! (Pausa) Su avanti, dammi la chiave.

Silenzio.

MARCELLO: Non hai capito! Se continua ad allagarsi il primo pian qui crolla il soffitto. (Pausa) Dammi la chiave!

Silvio dà la chiave a Marcello. La prende e fa per andarsene.

SILVIO: Marcello.

Marcello si ferma.

SILVIO: Dì a Galliani di far trovare la frutta a Balotelli.

MARCELLO: (Commosso) D'accordo. (Esce)

Silvio rimane da solo. 
Accende lo stereo. Parte Comme une maladie di Charles Aznavour.
Buio.


N.d.A
Nel testo non c'è niente di definitivamente tragico perchè è tutto parodistico.
La poesia iniziale, come si capisce, parte dalle domande che Pasolini mette in calce a Teorema. "Pier Lapo Pasolini" sposta il discorso sul discorso stesso invalidando il ruolo dell'intellettuale e quindi del progresso. Non si esce dal cerchio.
Karl Lumhanoff non esiste. La poesia che legge Marcello è una mescolanza fra alcuni miei appunti e alcuni aforismi tratti dal saggio filosofico La fine delle utopie di Berhard Rosenthal. 
L'ultima registrazione è una parodia della poesia che chiude Party Time di Harold Pinter.



venerdì 18 gennaio 2013

Il Lazzaretto di Goedel - 1


Il Lazzaretto di Geodel non è il classico lazzaretto che uno può immaginarsi - cioè un luogo triste, puzzolente e osceno, dove le persone non si guardano mai negli occhi per l'imbarazzo della loro condizione. Nessuno lanciava grida di lamento nel Lazzaretto di Goedel. Quando vi entrai, quasi due anni fa, avevo appena perso la gamba destra a causa dell'epidemia; contavo pochi capelli e la mia pallida testa a uovo era spesso imperlata di sudore. Il giorno del mio arrivo nel Lazzaretto mi fecero una festa - come da protocollo: le infermiere mi accolsero suonando l'ocarina, il kazoo, e ballando in cerchio. I dottori mi strinsero la mano congratulandosi. Non fu in realtà una festa particolarmente riuscita: una delle infermiere bevve due bicchieri di fernet e incominciò a vomitare sotto il porticato interno, cadendo poi per terra e rotolando come una palla colta al balzo dal giovane laureando in medicina Peter Greff che gettò via gli occhialetti tondi in mezzo al cortile e iniziò a toccarle i seni con un bopibopi ridicolo e impotente. "Sto cercando di capire questa faccenda dei seni" mi disse Greff qualche tempo dopo nel Cortile Ovest. "Ne comprendo la funzione fisiologica, l'allattamento eccetera. Ma non ne capisco il ruolo sessuale, la funzione erogena. Deve piacere all'uomo toccarli? Deve piacere alla donna farseli toccare? Entrambe le cose? Nessuno ci ha mai detto la verità su questo argomento". "Crede che qualcuno ci stia nascondendo la verità su questo argomento?" chiesi temendo la risposta. Greff si grattò la guancia pulita e fece schioccare la lingua strizzando gli occhi, lasciando pensare che aveva già preso in esame questa possibilità considerandola del tutto insufficiente. "Forse la mia è una visione parziale," disse ammettendo il suo limite "ma credo che sia una delle tante questioni che galleggia nel mare inesplorato delle ragioni per cui un uomo ha o non ha un'erezione. Porca vacca!" concluse alzando la voce. Sta di fatto che la mia festa di benvenuto fu un totale insuccesso. I più giovani fra i dottori portarono via Greff e lo riempirono di pugni dello stomaco per il solo gusto di vendicare un sopruso, mentre i più anziani accompagnarono a letto l'infermiera. Lo scandalo in realtà fu minimo, non ci furono conseguenze; ma io venni completamente dimenticato - accantonato sulla mia barella: dormii fuori quella notte.
Il Lazzaretto di Goedel era stato costruito dodici anni prima su di una piccola collina a nord-ovest della città rimanendo visibile da una buona parte della popolazione, stagliandosi sui quartieri più prossimi; tuttavia non attirava la curiosità di nessuno, non solleticava la malinconia di chi vi aveva visto scomparire un parente, non eccitava lo sguardo dei cinici. Il giorno che il Lazzaretto fu terminato mia madre uscì di casa con mia figlia e vide l'ombra della cupola allungarsi sui ciottoli della via e sui muri gialli delle case che morivano al beige: "Finalmente non avremo quel sole a cuocerci la testa tutto il giorno" disse alla piccola carezzandole i capelli. Fatto sta che da dov'era - lì in alto - il Lazzaretto di Goedel si prendeva tutta la nebbia e la foschia da cui Goedel era al riparo - infossata lì sotto - e l'umidità penetrava cattiva nelle torri, e nelle stanze, e rigava di lacrime i vetri della biblioteca medica che se ne stava a sud del complesso edilizio, e chi avesse avuto voglia di leggere La Storia comparata dell'amputazione Le memorie dell'appestato Weiss (Vol.1 1545-1560) lo avrebbe potuto fare davanti a un'enorme cartolina di Goedel vista dall'alto, grigia e sfocata, divisa in porzioni casuali dai rivoli d'acqua.
Io entrai nel Lazzaretto di Goedel per il portone principale, privilegio di medici e malati, passando poi per il lungo corridoio a volta che getta in una specie di chiostro che è il Cortile Nord. Ma se dalla via del mercato si sale per una traversa stretta fra case in rovina si arriva a uno spiazzo per la macchine in fondo al quale un cancello aperto a orari consoni lascia entrare al Cortile Ovest, sei giorni la settimana. Fra le idee pietiste che mi vennero in mente quando vivevo fuori dal Lazzaretto, la più acuta faceva notare come a un passo da un chiasso vitale come quello del mercato ci fosse un luogo di malattia, di morte. Ma la pietà, che forse è un sentimento inadeguato per i nostri tempi, è senza dubbio stato in ogni tempo un sentimento difficile da mantenere, insostenibile, incompatibile con le lunghe distanze, con gli abominevoli infiniti temporali di una giornata intensa; viene presto sostituito dall'abitudine - a volte dalla noia, ma è un privilegio da teste fine. La pietà richiede un intenso esercizio e le giornate sono di ventiquattr'ore: non si può far tutto.
La mattina fui svegliato dalla caciara delle infermiere che facevano colazione nel Cortile Nord: ridevano, giocavano a prendersi, si lanciavano croissant e scarpe per ostacolarsi a vicenda nelle traiettorie. Si muovevano a scatti in mezzo alla nebbia. La più sfortunata fra di loro, col vestito a brandelli, maculato alla marmellata, fu presa dalle altre e gettata nel fango, bloccata. Alcune infermiere si sedettero sopra di lei, ma la ragazza non riusciva a ribellarsi per il gran ridere che le contorceva la pancia, e la faccia - che pareva quella di una scimmia. Una leggera pioggia che cominciò a cadere silenziosa diede quel tocco di imprevedibilità, di anarchia in più alla scena. Ora si rideva un po' per tutto: perchè ci si prendeva, perchè ci si umiliava, perchè ci si bagnava...  Un uomo alto, pettinato a modino, con un camice nero e le dita sottili, si fermò davanti a me con due infermiere al fianco. "La sa quella del cavallo alato?" mi disse scrutandomi. "Come scusi?" chiesi io credendomi in difetto. "Quella del cavallo alato. Il cavallo che è alato ma non si sa alato di cosa. Non la sa?" E le infermiere accanto a lui mi fecero con le mani un gesto che significava a lato. L'uomo scoppiò a ridere e si infilò in bocca una pipa che faceva le bolle. "E anche questa..." disse indicando la pipa "...ceci n'est pas une pipe...no, no..." continuò fra gli spasmi "...è...è una citazione di Ibsen...eheheheh..." Avevo davanti il Dottor Klapka, il direttore del Lazzaretto di Goedel, l'uomo che guidava le ricerche mediche e somministrava le cure ai pazienti. Gettò lo sguardo alla battaglia delle infermiere e non si fece pregare ad aprir bocca: "Un cortile richiama sempre una dimensione infantile" iniziò grattandosi l'orecchio. "Il movimento fa bene alla circolazione corporea, sicuramente migliora l'umore, e in più una dimensione agonistica corrobora l'intelletto, la prontezza di riflessi. In una società che tutela l'uguaglianza, l'equilibrio fra i piani di relazione, questo non sarebbe possibile. Non avremmo dinamiche di sopraffazione che risvegliano in noi lo spirito ancestrale, la nostra vera natura. Ci si addormenterebbe tutti di botto, ci si rammollirebbe come tanti stracchini abbandonati sulla ghiaia. Lei è qui, professor Vaika, perchè sta poco bene, ha una malattia. In fondo questo fa di lei un privilegiato. Ha qualcosa da sconfiggere, può mettersi alla prova. Questa è vita, cazzo!" disse indicando il moncherino che avevo al posto della gamba. "Lei ieri sera non c'era alla mia festa di benvenuto?" azzardai. "Già...e mi è dispiaciuto molto. Ma il mio dovere richiedeva di stare a contatto con i casi più gravi. Bisogna sempre affinare l'esperienza e migliorare le proprie capacità. In un certo senso si tratta di un compito infinito. Stare a contatto con le persone più deboli è sempre fonte di insegnamento: questa è un po' la formula dell'umiltà" scosse la testa. "Ma d'altronde i miei casi terminali sono morti stanotte e questo paradossalmente mi consente di avere una giornata più tranquilla: una pausa di riflessione, la chiamo io." E le infermiere accanto a lui mi fecero un gesto come dire "due palle!". "Lei che è professore, sa se Nietzsche dice qualcosa al riguardo? Riguardo l'umiltà dico." mi interrogò il Dottor Klapka. "Io sono un maestro elementare. Nietzsche non è nel mio programma". "Maestro elementare..." disse il Dottor Klapka con la bocca semiaperta, cercando di fare mente locale. "Beh...ma lei è comunque uomo di lettere..." "Beh...si," proseguii cercando di andare incontro a quell'uomo "ma non mi sembra che Nietzsche affronti questo argomento, non nei termini che dice lei almeno." "Mmmm..." fece il Dottor Klapka pensieroso "...Klapka-Vaika...è quasi una rima." "Tecnicamente è una rima vera e propria. L'ultima sillaba coincide" convenni io. "Lo vede, lo vede!" alzò la voce agitando l'indice sopra la testa "Basta una giornata a medio regime e subito inizio a pensare". Si voltò ed iniziò a fare strada mentre due infermiere issarono la mia barella e seguirono il luminare. "Nietzsche scrisse qualcosa su Bizet?" riprese il Dottor Klapka senza voltarsi, dando l'impressione che si rivolgesse alle volte del porticato. "Sì. In relazione a Wagner" dissi io, alzandomi un poco sui gomiti. "Sull'umiltà dell'uno verso l'altro?" "Sì, sì, mi sembra proprio di sì..." risposi sfinito dalla perseveranza del Dottor Klapka. Un imbecille arrendevole ha spesso facilità a ottenere un'occupazione consona, l'affetto dei parenti e l'approvazione dei superiori. Un intelligente arrendevole percorre nella sua vita una parabola nichilista, emarginandosi, diventando un oggetto estetico che esprime qualcosa di vero e inaccettabile. Un intelligente perseverante può dipingere la Cappella Sistina o invadere la Polonia. Ma un imbecille perseverante è pressochè invincibile e può tutto.
Per arrivare allo studio del Dottor Klapka salimmo per una rampa di scale di marmo e attraversammo un altro porticato che dava sul Cortile Ovest. Il Cortile Ovest era in tutto simile al Cortile Nord, per dimensioni; ma non c'era erba; la terra era smossa in zolle disordinate. "I morti li seppelliamo qua, davanti ai laboratori. E' più sbrigativo. Di tanto in tanto li tiriamo fuori dalle fosse per seguirne il processo di decomposizione. Può essere interessante, scientificamente parlando; anche se si tratta di corpi orribilmente mutilati, ma preferirei dire incompleti." Entrammo nello studio del Dottor Klapka, le infermiere mi misero sul lettino e mi diedero un bacio: "Buona visita professor Vaika. Torniamo tra poco" e uscirono. "Ah, professor Vaika, le presento Martin Krackovic. Un'altra vittima dell'epidemia" e mi indicò una gamba macilenta, con scarpa, calzino a righe e pantalone, appoggiata una seggiola. "Sì, il signor Krackovic è un caso molto grave. Ma abbiamo il dovere di credere nella nostra missione. Siamo medici." "Ma...è una gamba. Dottor Klapka, è una gamba" protestai debolmente. "Questa è una questione ancora aperta" mi ammonì facendomi capire che correvo troppo. "Una questione del tutto aperta. Quando un uomo perdi i pezzi non possiamo con certezza dire se è il busto ad aver perso il braccio, per esempio, o il braccio ad aver perso il busto, oppure se è il bacino ad aver perso la gamba, o la gamba ad aver perso il bacino. Se rimaniamo con una testa e un paio di spalle cosa ha perso cosa? Chi è orfano di chi? E' quello che chiamo il momento delle scelte coraggiose. E' il momento in cui bisogna andare avanti, e oltrepassare la risposta più semplice". "Per lei quand'è che una persona è clinicamente morta?" chiesi cortesemente. "Quando smette di interessarmi" rispose il Dottor Klapka sbuffando bolle con la pipa. "E capisco che forse questo è una sorta di relativismo assoluto, ma io, per fortuna, sono una persona molto curiosa. E poi qui i malati stanno un gran bene. Nessuno si lamenta: le infermiere sono premurose, il fernet è ottimo..." e tossì violentemente, chè gli era andato di traverso il sapone della pipa. "Mi devo spogliare?" chiesi per accelerare la visita. "Se ha caldo sì" "No...ma io...dicevo per la visita..." dissi io. "Lasci perdere" tagliò corto il Dottor Klapka. Si stirò con le mani il camice nero, si rassicurò della sua eleganza. Poi picchiò le nocche sul tavolo, due volte: "Greff!" Il povero Peter Greff entrò con furia nella stanza: la sua faccia era piena di lividi, e camminava malamente. "Mi ha chiamato, Dottor Klapka?" "Per favore Greff...ma...Greff...cosa...cosa cazzo hai fatto?" trasalì il Dottor Klapka. "Sono caduto..." inventò Greff  lì per lì "...sono caduto dalle scale..." "Ma gli occhiali sono intatti" notò Klapka, dubbioso. "Non li indossavo" rispose pronto Greff. "E' caduto salendo o scendendo le scale?" caricò Klapka. "Come?" chiese Greff. "Salendo o scendendo?" alzò la voce il Dottor Klapka. "Scendendo...scendendo le scale..." disse Greff. Il Dottor Klapka iniziò a sbattere le palpebre "Sei banale, Greff. Banale" sbuffò. "Porti un bicchiere d'acqua per il Signor Krackovic. Ha sete." Greff guardò prima la gamba, poi me, poi il Dottor Klapka. "Subito" disse uscendo. Tornò in pochi secondi con un bicchiere d'acqua. Si fermò in piedi, in mezzo alla stanza come un condannato a morte. Si rivolse al Dottor Klapka che era intento a scarabocchiare sull'agenda: "Dottore...ho portato l'acqua..." Il Dottor Klapka alzò lo sguardo: "La appoggi sul tavolino, Greff. Finchè la terrà in mano lei, il Signor Krackovic non potrà mai berla." Greff posò il bicchiere sul tavolino. Il Signor Krackovic non bevve.  (Continua - 1)

Esempio di cavallo alato. Il disegno è preso da una delle agende del Dottor Klapka
ereditate dalla nipote Tilda von Lothar, fondatrice e direttrice della Fondazione Klapka.


sabato 15 dicembre 2012

Il bombardamento di Wìktpalek - Secondo e Ultimo Tempo


Per il primo tempo clicca qui.

Maria. Non mi soffermerei sulla banalità del nome. Sta di fatto che me ne innamorai, e lo feci perchè mi sembrava del tutto naturale farlo viste le circostanze: un po' perchè quando sopravvivi a un bombardamento ti senti il naturale destinatario di un futuro migliore in cui hai solo da scegliere ciò che vuoi; e un po' perchè la vestaglietta bianca e stretta che indossava quella creatura le segnava i capezzoli di un seno che non c'era ancora, e questo non potevo certamente sdegnarlo. Sicuramente il fatto di aver sempre mangiato molto poco aveva rallentato il mio cursus ormonale - avevo solo una leggera peluria sul pube, mentre i gomiti erano lisci come quelli di un bimbo -  ma avevo acquisito nei confronti delle donne una specie di curiosità letteraria, un desiderio di scoperta. I vestiti che indossavano erano la cortina fra ciò che era e ciò che sarebbe potuto essere. Ma la cosa che rendeva speciale Maria - e che rende speciali tutte le donne di cui ci si innamora - era il fatto che entrò in maniera inaspettata in un contesto di disperazione. "Papà, hai visto cosa ci hanno portato i signori?" disse la bambina indicando la Zingara sulle spalle del Signor Franz. Il Tenente Kaspar che fino a quel momento aveva avuto lo sguardo allargato sulla Storia lo restrinse alla circostanza; protese il collo in avanti. "E' un cadavere. E' un cadavere per la montagna." spiegò Maria. Il Tenente compose le mani in un gesto severo: "In realtà i morti dovrebbero rimanere sul luogo, e servire alla ricostruzione di..." "Ma non è morta!" dissi d'un fiato "Può ancora salvarsi!" "E questa cos'è? Prevede il futuro?" chiese il Tenente notando la sfera di cristallo. "Scompone...scompone la luce...in fotoni..." dissi io sconfitto. Il gerarca guardò il Signor Franz: "Niente, niente...è un hobby..." Poco lontano, dietro la montagna di detriti, c'era il quartier generale della Falange dell'Ordine Fumè, la combriccola nippo-tedesca guidata da Kaspar: lì avremmo trovato un dottore. Il Tenente prese in mano le redini della situazione con un fare da maschione del tutto fuori luogo: "Seguitemi, cazzo!" Thomas camminava ricalcando le orme del suo padrone. Dietro di lui il Signor Franz portava in braccio la Zingara. Attorno a noi il sole ormai alto illuminava altre colline di detriti e uomini senza vita ancora caldi. Il respiro della Zingara era ora debole, impercettibile. Presi la mano di Maria: "La salveremo, vedrai." Lei mi guardò stranita, con la tipica espressione di chi ritiene ovvio lo svolgersi degli eventi. Arrivammo al quartier generale: un piccolo edificio rettangolare il cui lato destro era stato distrutto dai bombardamenti. Sul lato sinistro alcune persone con dei martelli, degli scalpelli e delle picozze stavano cercando di buttare giù il muro "Come può vedere" spiegò il Tenente al Signor Franz "stiamo cercando si ristabilire la simmetria anche qui." Entrammo nell'edificio passando sotto l'enorme svastica rossa. "Come ti chiami?" mi chiese Maria guardando le mie guance ossute. "Jan...dopo di te..." dissi facendole strada. "Siamo già dentro, sciocco" rispose lei scoppiando a ridere.
Un graduato della Falange dell'Ordine Fumè mentre pilucca del terriccio con
una bacchetta molto lunga. Era uno dei passatempi preferiti del movimento ultrafascista.
 Svoltammo a destra e il Tenente aprì una porta di vetri smerigliati: nella stanza trovammo solo due giovani soldati, imberbi, con una divisa troppo grande per la loro corporatura. Erano seduti ognuno davanti a un pianoforte. Non stavano suonando e tanto meno sembravano averne intenzione. Guardavano la tastiera del pianoforte con fare interrogativo portandosi le mani al mento e alla bocca. Erano immersi in una concentrazione totale. "Sono due miei allievi dell'università" ci spiegò il Tenente sottovoce. "Perchè non suonano?" chiesi perplesso. "Non sanno suonare, non gli interessa. D'altronde neanche io so suonare. Siamo degli intellettuali". "Tenente Professore" intervenne uno degli studenti - un tipo con gli occhi in fuori e le orecchie sporche - "Guardi, guardi...tasti bianchi, tasti neri...a partire dal primo do lo sviluppo è preciso e ordinato in ottave ognuna delle quali ha dodici intervalli di semitono-" "Cinque di tono e due di semitono, soldato Georg..." "Sissignore, cinque di tono e due di semitono. Ma l'ultimo tasto, l'ultimo do non ha seguito, non c'è il diesis...perchè...perchè è finita la tastiera! Senza l'intervento arbitrario dell'uomo il pianoforte potrebbe andare avanti per sempre..." "Ed è su quel per sempre che noi ci siederemo!" esclamò il Tenente, che poi si rivolse a noi senza farsi sentire: "Quattro anni di lezioni e ha imparato solo adesso che l'estensione musicale è virtualmente infinita. Pensate quando scoprirà che gli intervalli stessi sono infinitesimali...uff, il popolo..." Attraversammo la stanza e giungemmo a un'altra porta; il Tenente Kaspar posò la mano sulla maniglia. "Beh...ma questo non vi spaventa?" chiese il Signor Franz. "Che cosa?" chiese a sua volta il gerarca. "Il fatto...il fatto che le persone possano scoprire che l'infinito è la natura di tutte le cose, mentre ogni totalità è un arbitrio...voglio dire...l'Ordine Fumè mi pare sia un'idea di società repressiva..." Il silenzio raggiunse livelli impressionanti. Il Tenente inspirò e guardò quell'uomo di cinquant'anni, in mutande nel suo quartier generale, con il monocolo e il cilindro e una donnetta semimorta caricata a peso sulla schiena. Il Signor Franz non capiva il motivo di quella reazione offesa; credeva di aver detto una cosa brillante. Mi guardò come a dirmi: "Jan, nemmeno tu applaudi?" L'Oberleutnant fece scorrere le mani lungo la divisa: "Lei è mai stato nell'esercito?" "Nella Grande Guerra...ero un cecchino sulla linea Maginot..." rispose il Signor Franz. "Allora avrà conosciuto numerose persone, fra gli arruolati, di ceto povero, o molto povero," iniziò il Tenete proseguendo in climax "gli avrà parlato, e avrà tenuto con loro discussioni sui più disparati argomenti, e avrà notato che sono, in buona sostanza, degli illetterati, dei bifolchi e che anche se intuissero, anche se scoprissero, anche se gli fosse spiegato in lungo e in largo il concetto di infinito, o altre idee libertarie come infinitesimale, numero periodico, pi-greco, dodecafonia eccetera, non saprebbero che farsene: non ci sarebbe la rivoluzione, ci sarebbero la noia, l'inedia. Una volta ho fatto un esperimento: ho fatto ascoltare una Sonata di Schoenberg a mia zia Marlene. Sono entrato in casa, gli ho messo la coperta sulle gambe e ho girato il grammofono verso di lei, ho posato il disco sul piatto. Dopo un minuto e mezzo ne aveva già le palle piene. "Forse...dovrebbe provare con qualcuno di più giovane..." disse il Signor Franz per apparire collaborativo. "Macchè..." e indicò i due studenti seduti di fronte al pianoforte "...ho smesso di credere a questa cazzata dei giovani quand'ero giovane io stesso...La nostra Falange non contempla una società repressiva, ma dà un ordine a ciò che c'è già; attribuisce un senso alla vita mettendone in risalto la parte più interessante: individua dei compiti precisi, ne distribuisce l'esecuzione fra le persone, ne limita il campo d'azione rendendogli sopportabile la responsabilità e fornendogli un'idea viva e eterna di un mondo controllabile e misurabile. Questo costa del sangue: ma è sangue sacrificato per una causa: e già questo mette in una luce diversa la morte, per esempio -  e non è poco! Pensiamo che la distruzione dell'Europa ci dia la possibilità di costruire un ordine più semplice, primordiale - spoglio, ma efficace, fatto di macerie. Insomma: simmetria e poche balle." si fermò e guardò la Zingara "E adesso andiamo. Questa donna sta per morire." Aprì la porta e trovammo il dottore.
Il dottor Nilsson era una specie di clichè, nel senso che era uno svedese alto e biondo con gli occhi azzurri. Solo che pesava circa centocinquanta chili. Era chino, gli occhiali sulla punta del naso, a studiare una foca squarciata che se ne stava distesa su un lettino per pazienti. La stanza era piena di cianfrusaglie, microscopi, provette, prospetti informativi. Alla parete in fondo stava appeso un fotomontaggio di Hitler che batteva il cinque a Ippocrate. "Sempre alla ricerca di nuove cure, dottor Nilsson?" esordì il Tenente. "No, no..." rispose il Dottore "Pura curiosità, Oberleutnant Kaspar, pura curiosità...mi hanno inviato questa foca i nostri amici della Groenlandia, suggerendomi anche come cucinarla..." Si fermò a osservare la foca i cui occhi spenti sembravano guardare il fotomontaggio appeso. Il pelo che ricopriva lo strato adiposo lasciava intravedere delle profonde macchie blu che stornavano al viola. "Purtroppo si è avariata durante il viaggio. Così ne approfitto per approfondire i miei studi di anatomia, di biologia, di zoologia...la pratica vale dieci volte più della teoria. Certe cose non ci sono scritte sui libri." Le interiora della foca, l'intestino, il fegato scuro, lo stomaco, riflettevano la luce piatta della lampada al neon che stava calata su di lei come una cupola funerea. Il Dottor Nilsson allungava il collo come se cercasse di leggere qualcosa sugli organi interni dell'animale. "Che puzza..." disse Maria tappandosi il naso. Maria, Maria...era due spanne sopra tutti noi: "Sono solo in piedi sul mio slittino..." disse lei. "No, Maria, ma non intendevo in quel senso.” “Vediamo un po’ cosa possiamo fare” disse il Dottor Nilsson infilandosi dei guanti di lattice. Poi spogliò completamente la Zingara. “Usciamo. Lasciamolo lavorare in pace.” disse il Signor Franz. Uscimmo tutti dalla stanza. “Papà, io e Jan possiamo andare a giocare?” chiese Maria al Tenente. Corremmo via uscendo sul retro. Maria salì in cima su una delle tante colline pietrose “Vieni quassù”. Io corsi fin da lei, tenendo sempre con me la sfera della Zingara. Arrivati in cima, e quando dico in cima voglio dire a venti,venticinque metri di altezza – perché, se non ricordo male, quello doveva essere l’edificio della Sacherbanke – Maria mi indicò l’orizzonte. Fra una foschia pesante che vorticava furiosamente si potevano vedere delle sagome. Strinsi gli occhi per vedere meglio. Al di là delle macerie, delle colline simmetriche, di tutto quello che non costituiva più Wiktpalek, ma una enclave dell’Ordine Fumè e del suo disegno ordinato, pacifico, totalitario, stavano avanzando verso di noi i mezzi cingolati dell’Armata Rossa. La Guerra era finita. “Maria…”dissi balbettando “…dobbiamo dirlo a tuo papà, al Tenente Kaspar.” “No, non credo.” disse Maria “Forse lo sa già. E se non lo sa, meglio così. L’unica cosa che mi dispiace è che non abbiamo forze a sufficienza per permetterci uno scontro a fuoco.” Ero immobilizzato dal terrore. Iniziai a battere i denti. “Hei, Jan…” mi guardò Maria. Si slacciò le trecce e si riavviò i capelli “ti piace il mio braccialetto?” e mi mostrò un laccio schifoso e triste che aveva legato attorno al polso. “Se vuoi te lo regalo…” disse lei. “…grazie…” feci per prendere il braccialetto. “In cambio della tua palla di vetro…” aggiunse Maria. Guardai la sfera che portavo con me: “Beh…ma non è mia, è della Zingara…” Maria abbassò la fronte. A volte il contesto mette le cose sotto un’altra luce: la mia debolezza, ad esempio. Mi si offriva, in una situazione del tutto fuori dall’ordinario, di compiere un gesto ardito e pericoloso: tradire la Zingara, suggellare un amore, donare qualcosa di meraviglioso e inutile – come sono meravigliosi e inutili tutti gli oggetti che hanno per noi un significato particolare – e tutto questo sullo sfondo di una guerra feroce. Cedetti al ricatto del protagonismo, uscendo a prima vista vincente: stesi le braccia come un eroe e diedi la palla di vetro all’amore della mia vita: “Comunque non legge il futuro…scompone solo un po’ la luce.” Maria, che non aveva ascoltato una parola, prese la sfera, la sollevò sopra di sé guardandola. Il sole era ora perpendicolare sopra di noi, annullando le ombre, mostrandoci in tutto il suo splendore il deserto geometrico di cumuli e morte, circondato dall’allucinante incedere dell’esercito sovietico che ora bucava la nebbia e passava dal b/n al colore. Maria allargò le braccia e la palla cadde giù rotolando per la ripida discesa di detriti. Poco più in là si disintegrò ed entrò a far parte in maniera del tutto naturale di quell’orrido monte di macerie sulla cui cima stavo vagamente intuendo che l’amore è una bruttissima rogna. Maria mi aprì la mano e ci ficcò dentro il braccialetto; si stese fra un cadavere e uno stipite, o un pezzo di quello che sembrava uno stipite, e si tirò su il vestito bianco fin sopra la vita. Era uno di quei vestitini per l’infanzia pieni di pizzi ovunque, buoni solo a ricordare non solo che i bambini sono buffi e decorativi, ma che sono inutili, inutili. Maria si tolse le mutande. Io da par mio, avevo le gambe piantate e i palmi delle mani lessi. L’orda staliniana iniziò ad aprire il fuoco: l’eco dei colpi risuonava mille volte in quella cloaca. La qualità di un momento la si riconosce subito: non ci si può sottrarre ai doveri di una circostanza. Mi abbassai i pantaloni, poi le mutande. Maria rideva. Rideva per gli spari sovietici. La guerra la faceva ridere: le ricordava la sua famiglia. Mi posai su di lei. Quando qualcuno impara un gioco nuovo ha la tentazione di buttarvisi mani e piedi e provare le sue abilità, ma vive nel terrore di dover scoprire che queste non siano sufficienti. Iniziai a fare in qua e in là col sedere. “Aspetta…” mi disse Maria. Si sistemò più comoda, e ci abbracciammo con le mani spalancate. “Jan…Jan…” e Jan si muoveva. E baciava Maria adesso. La baciava sulle guance, sugli occhi, sul naso e le baciava i capelli e faceva fatica Jan, chè Maria era bassa, era una bambina, e Jan si inarcava per baciarla, e intanto faceva in qua e in là, poi la riabbracciava, ma aveva la testa della bimba sul petto, e le mancava vederla, e aveva paura di soffocarla allora scioglieva l’abbraccio e ricominciava a baciarla e lei rideva, e chiamava “..Jan…Jan…” e io non rispondevo perché avevo capito che non dovevo rispondere, e facevo quello che doveva fare un vero uomo quando attorno a lui il mondo finisce, cioè amare e basta, un uomo e una donna, due figure speculari una sopra l’altra: gli adulti fanno così: simmetria e poche balle.
Quando tornammo al quartier generale della falange dell’Ordine Fumè il Signor Franz era vicino alla stufa dell’ingesso. Se ne stava lì in mutande, con i piedi scalzi a ripetere la sua pantomima. Non riusciva a respirare, era soffocato dai singhiozzi: “Jan! Jan!” mi chiamava. Aveva gli occhi gonfi, enormi. Maria lo accarezzò: “Cosa c’è, Signor Franz?” “L’entropia…” iniziò il Signor Franz “…l’entropia…non ci si capisce niente…io lo voglio il calore...lo voglio prendere…” Poco prima era entrato nella sala del Dottor Nilsson per vedere come andavano le cose, se la Zingara poteva salvarsi, o no eccetera. Trovò quello svedese obeso con la testa in mano, chino a guardare dentro il corpo squarciato della Zingara. “Sono un intellettuale, io, sono un intellettuale…” incominciò a dire il Dottor Nilsson per rispondere al Signor Franz che protestava paonazzo fra i conati di vomito. Tentarono di portarlo fuori ma lui volle rimanere attaccato alla stufa. Gli presi la mano nella mia, ma si lasciò andare e cadde supino sul pavimento. Mentre le esplosioni dei carro armati erano un rumore sempre più vicino, dietro di noi sfilavano tutti gli uomini della Fof : i caporali, i soldati semplici, i sergenti, i sottotenenti giapponesi, i due studenti di musicologia e il Tenente Kaspar. Io e Maria li rincorremmo fuori: “Tenente Kaspar” gli urlai alle spalle “Tenente Kaspar. La guerra è finita. Non c’è più speranza per l’Ordine Fumè…è così?” Il Tenente si voltò. Tornò indietro sui suoi passi. Quando fu a pochi centimetri da me disse: “Jan…niente è perduto…questi sono Russi…dall’altro lato, da ovest, stanno arrivando gli Angloamericani.” Vide nei miei occhi che non capivo “Questi da una parte, quelli dall’altra. La simmetria. Ricordati Jan, la simmetria” mi accarezzò il capo. Poi guardò Maria. La bimba tese le mani al babbo, che la prese in braccio. Maria mi salutò con la piccola mano. Il Tenente mi guardò per l’ultima volta: “Dobbiamo andare, Jan. Scusa se non siamo riusciti a salvare la Zingara.” Si girò e portando con sé una bambina che avevo amato raggiunse i suoi: “Plotone! Camminare liberamente, ma con dignità! March!” e iniziarono a marciare verso il fuoco russo che distruggeva ciò che era già distrutto – e li sentivo fischiettare Wagner, finchè scomparirono dietro quello scenario, quella specie di apocalisse morbida, senza pathos.
Entrai nella stanza dove c’era la Zingara. La vidi, era lei: con i capelli grigi e le interiora alla luce. Il Dottor Nilsson se ne stava lì a fissarla. Le abbracciai una gamba e la strinsi a me più forte che potevo. “Dottor Nilsson, perché non è andato anche lei con gli altri?” gli chiesi. “Ma io devo ancora finire. Devo ancora finire qua” disse grattandosi le tempie e guardando la milza della Zingara aggiunse sconsolato: “La teoria è una cosa…la pratica invece…” Mi sembrò di vedere qualcosa alla finestra dello studio. Mi avvicinai: era Thomas. Se ne stava fuori di lì a fare avanti e indietro su di una montagna di macerie. Non capivo bene cosa stesse facendo, ma potevo sentire le sue parole: "Questo va qui...questo invece va di qui..."...

Una volta il Signor Franz venne a trovarmi qua, dove vivo ora. Si annoiò a morte, come era ovvio. Inoltre era anche molto vecchio, sarebbe morto pochi mesi dopo, e ogni tanto mi guardava senza capire chi fossi. 
Un giorno, senza nessun motivo, mentre se ne stava fermo in mezzo alla tundra, con la schiena debole, appoggiato al bastone per tenersi su, con le mani viola per il freddo disse: "Dì, Jan, te la ricordi Maria?" Sì, me la ricordavo. "Sai, Jan...la figlia del Tenente Kaspar..." "Sì, la bambina..." dissi io. "Già. La bambina." si tolse il cilindro e mi guardò negli occhi: "Ti piaceva, Jan, io l'avevo capito, ti eri innamorato..." Lascai cadere la conversazione. "Stasera" ricominciò il Signor Franz "mi fai brodo per cena? Brodo e sodawasser..." "Sì, con la verza..." A cena mentre succhiava il brodo col cucchiaio si fermò: "Ti sei mai più innamorato?" Smisi di mangiare e lo guardai. La debole luce sopra il tavolo lo illuminava a pioggia sferzandogli il viso che era un tutto rughe e chiaro-scuri. "Dopo Maria, ti sei più innamorato?" Mi alzai per sparecchiare. Portai via i piatti dalla tavola. Poi mi sedetti e rimanemmo tutte due lì a fumare, in silenzio, fino a quando non ci venne sonno.

Oggi sono stato fuori di casa un bel po' a guardarmi intorno. Poi, quando il freddo è diventato insopportabile, sono rientrato. 



Il bombardamento di Wìktpalek - Primo Tempo


Quando una storia d'amore finisce ci si aspetta
che anche il mondo finisca, che venga sommerso dalle onde.
Invece no. Non succede niente - perchè, ci si rende conto, 
niente è mai successo. 
L'amore è tutto qui: l'illusione che succeda qualcosa, 
su di un mare sempre piatto.
Rainer Maria Rilke, Lettere sul marinaio elvetico

Quando nel 1944 Wìktpalek venne bombardata io avevo quattordici anni. Non è una cosa a cui penso spesso, devo essere sincero. I ricordi sono noiosi come un rubinetto che perde - e sfiancanti, perchè li usiamo per rimarcare il semplice fatto che esistiamo. Se uno ha molti ricordi, e io ne ho moltissimi, non può far altro che notare quanto siano simili a quelli di chiunque altro, quanto le vite si assomiglino in modo imperscrutabile, invincibile. Abbiamo tutti vissuto la stessa broda.
Se alle tre del mattino sentivo piovere le bombe ero abbastanza sicuro che la mia giornata si sarebbe concentrata sul presente. La zingara che viveva con me nella pensione al 5 di Helmuthallerstrasse, una donnina di primo pelo, cioè donna da poco, cioè di una sessualità sbocciata di recente nonostante la non giovane età - una cattolica pentita che si dava ora alla chiromanzia e agli amori tristi - questa donna dico, avrebbe dovuto avere il monopolio sul terzo incomodo, il grande assente di questo racconto: il futuro. Passava le giornate a guardare la sua palla di cristallo. Quando io, con gli altri clienti della pensione, scendevo a mangiare la trovavo da sola al tavolo con gli occhi fissi nella sua palla di cristallo, un leggero tremolìo delle palpebre. "Cosa accadrà domani?" le chiedevo io. "Boh..." diceva lei. "E dopodomani?" insistevo. "E che ne so?" rispondeva sovrappensiero. "Sì...ma la palla...non vede niente nella palla?" "Ma no, ma no. Scompone solo un po' la luce...in fotoni.." e la avvicinava alle traiettorie bianche che emanava il lampadario di quella mensa umida e giocava con i riflessi di luce, ridendo. Guardava la palla di cristallo come si guarda un crocefisso: "Non sa distinguere una religione da un hobby!" diceva il Signor Franz stravaccandosi sul divano, vicino alla stufa. Poi si toglieva le scarpe e cercava di prendere il calore con i piedi. Nel senso che cercava di catturare il calore che usciva dalla stufa usando i piedi come arti prensili. "Mio dio, signor Franz! Cos'è questo invece? Cos'è quello che fa lei? E' una religione o un hobby?" diceva la Zingara muovendo le mani su e giù. "Nè l'uno, nè l'altro" rispondeva il Signor Franz "è che non mi fido dell'entropia. Aumenta? Diminuisce? Non ci si capisce niente. Io il calore me lo devo prendere. Anche se non è una grandezza fisica. Si inizia a pensarla come Boyle, a guardare sciogliersi i cubetti di ghiaccio e poi si finisce a credere di trasformare il rame in argento, l'acqua in vino...è vero o no, Jan?" e mi strizzava l'occhio. Poi si toglieva i pantaloni e li gettava nella stufa, per compiacere i clienti della pensione che mangiavano come sempre in attesa di una qualche sorpresa, un qualche gesto roboante e assurdo che li facesse sentire un po' più vicini alla normalità di quanto poteva esserlo quello che stavano vedendo. Il Signor Franz era questo: un uomo che aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale in un modo tutto suo: sparando alle quaglie. A tavola diceva cose tipo: "Ma Hitler per entrare nel corridoio di Danzica si è messo le pattine?" e altre cazzate. Fare una digressione sul risvolto triste e malinconico di una simile ironia lascia il tempo che trova. In realtà era sinceramente felice, cordiale e amava le donne. Le amava per il divertimento che sentiva nel provocarle, nell'indignarle e, infine, nel farle scappare da lui. Amava la scia delle donne. Amava quello strascico di orrore e repulsione che si lasciavano dietro. In quei momenti si taceva, restava immobile, le mani in tasca, e le guardava scomparire all'orizzonte, o dietro i tram. "Brodo! Chi ha chiesto il brodo? Brodo e sodawasser.." entrò la Padrona dalla cucina, mentre il Signor Franz dispensava inchini fra gli applausi degli astanti e i crepitii del velluto in combustione. "Insomma...brodo e sodawasser!" e partì decisa per servire l'ultimo tavolo laggiù in fondo. La Zingara sbattè i pugni sul tavolo. La palla cadde per terra, si insinuò fra i tavoli e rotolò fra i piedi della Padrona, che non vedendola vi inciampò: le sue gambe finirono per aria e il brodo e la soda fecero un volo di dieci metri, una pioggia pollo e verza ci bagnò, e la Padrona tonfò sul pavimento soddisfando il palato greve di un pubblico in visibilio. La Zingara tremava di vergogna. Mi guardò negli occhi: io morivo di fame, ma non riuscivo a mangiare da qualche giorno. Avevo lo stomaco chiuso. Passavo le notti sveglio a pensare a cosa avrei potuto mangiare il giorno dopo, facendo schioccare la lingua; poi al mattino non riuscivo a inghiottire niente. Ero gobbo, debole. Gli occhi erano spenti con delle venature grigie. "Ma va' a morire anche te, và!" mi disse la Zingara che si alzò, prese la palla di vetro e andò via da tutto quel trambusto come solo un personaggio di Dostoevksij poteva andarsene via da tutto quel trambusto. "Ti amo!" urlò il Signor Franz che si gettò a terra con la Padrona e la baciò sulla bocca. Io, seduto in penombra, col mio culo magro sopra una sedia con lo schienale rotto scoppiai a piangere. Quella notte iniziarono i bombardamenti.
Stamattina sono uscito di casa appena sorto il sole. Il panorama non è granchè. Qui, dove vivo, nella Thamkiria, a nord-est della Russia, c'è solo tundra a perdita d'occhio. In realtà per chi ha il cuoricino di una adolescente o chi coltiva una certa retorica, una certa estetica del paesaggio la tundra, qui dalle mie parti, regala un bel colpo d'occhio. Cosa c'è di sensazionale in chilometri di chiazze di neve, arbusti secchi, piccoli stagni caldi? Forse qualcosa di bello c'è, non lo posso negare, ma dopo un po' ci si abitua e io mi sono abituato da un pezzo. E l'abitudine rende tutto più facile. Per questo - come ho già detto - non torno mai con la mente indietro nel tempo. Perchè sono appagato dal cielo monocorde della tundra, dai suoi sfondi bidimensionali dove lancio i miei mozziconi. Stamattina però è un po' diverso. Gli zigoli volano bassi, planano, si avvitano, compiono delle acrobazie degne dei migliori piloti della Royal Air Force. E forse è per questo che oggi ho voglia di parlare del bombardamento di Wìktpalek: in onore degli Avro Lancaster, dei Vickers Wellington e dei loro piloti e dei loro comandanti, dei Marescialli dell'Aria, e di tutta l'Aeronautica dello Uk che voleva fermare Hitler sorprendendomi nel sonno con i loro saggi di bravura, con quella loro arte di essere il cocco del maestro e allo stesso tempo liberi. Volare e bombardare.
Mi svegliai con il soffitto in testa. "La questione è stata appianata" disse il Signor Franz con la sua consueta ironia. Uscii dalle macerie e lo trovai in piedi, in mutande, con una striscia di sangue lungo il volto: "Jan! Guarda che spettacolo!" Wìktpalek era una piana di macerie; il rombo degli aerei si placava poco a poco. "Al sorgere del sole potremo vedere l'orizzonte!" Mi fiondai da lui per picchiarlo di santa ragione. Inciampai e caddi per terra picchiando la testa. Mi rialzai stordito e guardai indietro: spuntava un braccio dalle macerie, un braccio carnoso e nero, pieno di vene blu, le unghie bianche. Incominciai a sollevare furiosamente le macerie, ma quel braccio non apparteneva a nessun corpo. Il Signor Franz si aggiustò il monocolo e prese l'arto in mano: "Mumble mumble" disse tendendo le labbra "Questo è il braccio della Padrona. Snif snif. Odora di verza. D'altronde non c'è da stupirsi, Jan: la guerra fa sempre vittime innocenti" I rumori del cielo si erano placati del tutto e ora potevamo sentire un respiro affannoso, vicino a noi. Il Signor Franz si voltò. La tappezzeria annerita copriva un pezzo di quello che una volta era il muro della mensa. Sotto trovammo la Zingara, avvinghiata alla sua palla di vetro, con gli occhi chiusi. Quello che rimaneva dei vestiti lasciava intravedere la sua corporatura secca, nervosa e ancora, seppur debolmente, palpitante. La piccola bocca semiaperta. "Può salvarsi?" chiesi piangendo. Il Signor Franz si caricò sulle spalle la Zingara, io presi la palla di vetro e andammo in cerca di aiuto. Percorremmo quel che rimaneva della Helmuthallerstrasse, camminando in mezzo ai suoi resti, alle voragini. Alle cinque del mattino arrivammo dall'altra parte della città. Il sole era una striscia rossa all'orizzonte e il cielo da nero divenne cobalto. Al posto dell'ospedale trovammo un cumulo di macerie ordinato e messo a modino. Un piacere a vedersi: una collinetta precisa e simmetrica. "Detesto la simmetria!" disse il Signor Franz "mi ricorda quando andavo a scuola. Prendevamo un quadrato, o un cerchio, o un cuore. Facevamo passare una linea per il centro esatto e poi confrontavamo le due metà che avevamo definito. Erano speculari. Questo ci insegnavano. Poi facevamo la stessa cosa con  un poligono irregolare e notavamo così che le due metà non c'entravano un accidenti di niente. In questo caso si parla di asimmetria. L'alfa privativo deriva dal greco. A voi ve le insegnano queste cose, Jan?" Tutto quello che potevo fare era acconsentire sfinito: "Sì, sì...l'alfa privativo..." Ai piedi delle macerie stava un tizio, un tale Thomas. Thomas era uno di quegli uomini con la faccia quadrata e le spalle larghe che diventano importanti e utili solo nelle situazioni di emergenza. "Questo va di qui...questa invece va...di qui..." e dicendo questo spostava pezzi di macerie un un posto o in un altro. "Thomas! Thomas!" sentimmo urlare. Alzammo gli occhi: in cima a quella collina di pietre e morti vedemmo un uomo in divisa, con la riga da parte e e il naso a punta, alto, magrissimo. "Thomas...quello lì, lo vedi? Vedi, che non è come quell'altro?" Thomas facendo ciondolare le braccia si avvicinò al cadavere di un vecchio. Poi si allontanò e guardò un altro cadavere dalla parte opposta: aveva le gambe divaricate, le braccia scomposte sul petto, gli occhi aperti, la mandibola gli usciva di lato. Thomas tornò al primo cadavere e lo mise nella stessa identica posizione dell'altro, slogandogli la mandibola. "Ecco, così" si complimentò il militare "dobbiamo rinascere come Nazione, per rinascere individualmente." "Heil!" disse il Signor Franz, tendendo il braccio un po'a caso. La figura allampanata discese la collina: "Heil! Kaspar Rottwacht, Oberleutnant della Wehrmacht e Direttore della facoltà di musicologia all'Universita di Hajsek. Non avete una bella cera" disse guardando le gambe scoperte del Signor Franz. Ci presentammo. "Avete sentito piovere anche voi?" ci chiese. "Il bombardamento intende dire?" mi permisi. "Thomas! Hai sentito? Abbiamo delle mammolette." "Cosa?" chiese Thomas spalancando le orecchie. "Abbiamo delle mammolette!" volle ripetere il Tenente, stizzito. "Beh...dove? Dove?" disse Thomas guardandosi i vestiti. "Signor Tenente"" chiesi per evitare che la conversazione si piegasse su stessa fino a mordersi le palle "non è che per caso sa dove possiamo trovare un altro ospedale?". "Un altro ospedale? No. Questo era l'unico. Ma come può vedere lo stiamo sistemando. Dovrebbe essere pronto fra non molto." "Tenente Kaspar" ci raggiunse Thomas "su un morto ho trovato questo" e porse al militare un cartoncino. "E' un numero..." disse pensieroso. "Ne ho trovati altri così..." rincarò Thomas. "...sì,sì..." proseguì il Tenente "Sono i numeri dei pazienti. Erano registrati a seconda del morbo o del reparto o dell'altezza o chissà cos'altro..." "Devo seguire l'ordine dei numeri?" chiese Thomas. "Assolutamente no! Non ti sei guardato attorno?" disse il Tenente indicando la piana silenziosa lambita dal sole che sorgeva grigio fra il fumo delle macerie. "E' l'alba di un nuovo ordine. L'Ordine Fumè!" quindi chiuse gli occhi e iniziò a fischiettare il preludio al Parsifal di Richard Wagner. Quando li riaprì non era cambiato niente. "Adoro questo tipo di ordine" disse quel gran paraculo del Signor Franz osservando la collina-ospedale "la simmetria...ha un che di ironico e frizzante." "Lei banalizza tutto come se fosse un divertissement" cominciò il Tenente. "Un oggetto simmetrico emana una pacifica accettazione, e allo stesso tempo irradia magnificenza e gloria imperitura. Imprime nella mente degli uomini un desiderio di miglioramento e un'irresistibile attrazione per la dura lex della vita. Se così non fosse Gesù l'avrebbero crocefisso su un qualcosa di asimmetrico, tipo del pongo. Provate: una volta che avete un crocefisso tirate una riga verticale facendola passare per il centro esatto, e poi confrontate le due metà. Vedrete che sono speculari. E' questa la simmetria." "Ma Gesù aveva la testa reclinata a sinistra" obiettò il Signor Franz. "Ma sì...d'altronde nessuno è perfetto...anche io ho la riga di lato: mi dà un tono." Era vero, gli dava un tono: appariva autoritario e leggero. "E poi la simmetria" riprese il Tenente "rafforza l'abitudine, cementifica il quotidiano. Guardi." e si spostò. Dalla montagna stava scendendo una bambina su uno slittino. Zizzagando fra cadaveri e detriti arrivò ai miei piedi. Aveva capelli biondi raccolti in due trecce, il viso chiaro; mostrava il broncio di chi aveva realizzato i suoi sogni da tempo. Avrà avuto otto anni. "Va, va..." pensò a voce alta il Tenente Kaspar "...guardate mia figlia come si diverte..." Si chiamava Maria. 

Dal dizionario etimologico.
Nel Secondo e Ultimo Tempo: Chi è davvero Maria? C'è da fidarsi di una bambina boccolosa che fa lo slalom fra le salme? Si salverà la Zingara? Questo amore di cui tanto sembrava si dovesse parlare arriva o non arriva? Quel borioso fanatico hitleriano del Tenente Kaspar ci nasconde qualcosa? Il Signor Franz a parte divertirsi a fare il nichilista un po' a vanvera ha intenzione di infilarsi un paio di pantaloni o vuole finire il racconto in mutande? Quello che fa Thomas (spostare cadaveri sulle macerie creando composizioni simmetriche) è una religione o un hobby? Devono arrivare altri personaggi balzani a complicare la situazione o possiamo stare tranquilli? E poi: Jan cosa cazzarola è andato a fare nella tundra? Questo è molto altro nel Secondo e Ultimo Tempo de il bombardamento di Wìktpalek.